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Diamante neroMartedì, 15 maggio 2012
Anche se a volte mi rendo conto di risultare piuttosto palloso parlando del mio piccolo giardino, non riesco trattenermi davanti all'emozione di veder sbocciare la primavera in casa. Ed è sbocciata in grande stile.
Domenica, coincidendo con la festa della mamma, sono andato con Yasi a fare un bel giro del vivaio Ciavattini. Prima di conoscere questo posto, pensavo che il giardinaggio fosse un hobby. Bene, per colpa di Ciavattini ora sono completamente convinto che il giardinaggio può arrivare a essere arte. E design. Pura bellezza. Bene, dopo aver comprato dei fiori per tutte le mamme della famiglia, mi sono lasciato prendere la mano e mi sono trovato tra le mani qualche bella piantina da portare a casa. Abbiamo aggiunto alla collezione una pianta di lampone, un mirtillo e un peperoncino nero! Piccola digressione sul peperoncino nero. Ho fatto un po' di ricerche e ho scoperto che il nome anagrafico di questa piantina è Black Namaqualand, varietà di peperoncino originaria della Repubblica del Sud Africa che venne scoperta casualmente nella cava di una miniera di diamanti a cielo aperto. Ma oltre alle origini esotiche, questa pianta ha un'affascinante peculiarità: i fiori sono viola brillante e i peperoncini sono neri violaceo fino a che maturano e diventano rossi. Una meraviglia visiva (e spero gustativa). Oltre al Namaqualand, ho anche rubato in casa ad Ancona tre piantine di classici peperoncini italiani (penso che il nome proprio sia Soverato) sempre della stessa famiglia dei Capsicum annuum. Li ho piantati nello stesso vaso, quindi chissà che prima o poi non riesca a creare una bella varietà ibrida e personalizzata. Ma ho grandi pretese anche dai frutti di bosco. Mi vedo già a metà giugno a fare colazione sul terrazzo con Yasi mangiando yogurt con mirtilli naturali. Divinamente seduti sulle nostre sedie Ikea, abbracciati da piante da frutto, girasoli e margherite. Non vedo l'ora. Crescete piccole, crescete!! Ad ogni modo, non è che sia tornato ad Ancona il weekend solo per andare a comprare piantine e affini. Nossignore, l'obiettivo numero uno era evidentemente un altro. Dopo tre lunghissimi weekend di pioggia a Milano, era giunto il momento di dire addio alla carnagione da galeotto di Guantanamo e prendere un po' di meritato sole adriatico. Detto fatto, sabato è stata la più bella giornata di sole che ricordassi dai tempi del motorino a Portonovo. Sole a picco, una trentina di gradi.. in barba a tutti quelli che dicono che a maggio non si può prendere il sole. E la ciliegina sulla torta è stata l'uscita in barca nel pomeriggio, con tanto di vento regolare e mare calmo. Insomma le condizioni perfette per spolverare le mie doti di timoniere. Una giornata fantastica, di quelle che ti fanno tornare il lunedì al lavoro con il sorriso sulla faccia. Che inizi presto l'estate, che non c'è tempo da perdere.
Así medio rockeritaSabato, 5 maggio 2012
Sono un po' pallosi questi giorni in cui il meteo Milanese decide che il miglior periodo per scaricare un nubifragio è tra il venerdì pomeriggio e il sabato sera. Però mai noiosi. Anzi, mi piace veramente sfruttare della super casa mentre fuori piove di brutto. Sono saltati un po' di piani per andare a comprare cose per il giardino, però penso che una scappatella sotto l'acqua la faremo lo stesso questo pomeriggio. L'obiettivo della settimana, dichiarato ufficialmente su twitter, è finire sulla Glamour o su Vogue. Ovviamente non grazie alla mia bellezza folgorante ne al mio gusto per il design (ironiaaaa), ma per il progetto giardino.
E mentre sono qui provando a fare una lista di cose da comprare e mettere in pratica le mie capacità di traduzione dall'Inglese allo Spagnolo su Duolingo, sono incappato nella storia musicale di Shakira. Tutta colpa di youtube (come sempre) ed eccomi a scoprire una Shakira adolescente dai capelli scuri, cicciottella e con la classica apparenza sudamericana. Non a caso è Colombiana, ci mancherebbe. Bene, oltre a ridere un bel po', mi ha anche fatto riflettere un po' sulla shakira moderna. Voglio dire, ok che aveva tipo 16 anni e sembrava una cover mal riuscita delle spice girls, però aveva il suo carattere. Ecco, poi è cresciuta, ha rinnegato le sue origini di Panxita e si è trasformata nella Shakira attuale. Mica che ci sia niente di male fare un cambio di look e scegliere un nuovo stile, eccetera, però mi è sembrato netto il cambio con la Shakira sud americana per trasformarsi in una versione più occidentalizzata. Cosa la spingerebbe ad odiare tanto il suo paesino di periferia Colombiana per cercare di cancellarne ogni traccia dalla propria persona? Ecco, mentre stavo riflettendo su queste un po' futili mi sono ricordato di una persona conosciuta da poco, e della sua impressionante forma di mascherare una omosessualità così dirompente da essere evidente anche al buio. Voglio dire, cosa può spingerti a rinnegare la tua natura personale, in un ambiente abbastanza permissivo e quasi moderno come può essere Milano? Sarà che dopo diversi anni in Spagna, anzi meglio a Gran Canaria, dove la percentuale di omosessualità nella popolazione supera quella della disoccupazione, in cui non solo non si presta attenzione al fenomeno, ma anzi si accetta come miglioramento della qualità di vita e della visione della società. Basti pensare che il turismo gay è quello che porta più soldi e che la Gala Drag è l'evento più atteso del Carnevale di Las Palmas. Insomma, nessuno si scandalizza per un videoclip di Lady Gaga o per l'orientamento sessuale di chicchessia. Ma Milano, capitale dell'alta moda e del design, non è di certo immune da questo ambiente. E per fortuna mi viene da aggiungere. Non sono pronto psicologicamente per tornare a una mentalità di paese. Già il fatto che la presenza del Vaticano abbia un'influenza così invasiva nella vita pubblica Italiana mi da fastidio, immaginarsi se la popolazione si lasciasse condizionare così facilmente. Per fortuna Milano è Milano, quindi qualsiasi gay può sbandierare ai quattro venti la sua omosessualità senza sollevare nemmeno uno sguardo storto. Viva il terzo millennio. Però, in questo contesto aperto e evoluto, mi sembra anche più inspiegabile il fatto che qualcuno decida di nascondersi dietro a un filo d'erba per qualsivoglia strana motivazione autoprotettiva. E' come se avessi avuto paura di andare per strada in Spagna per il fatto di essere Italiano, e portarmi dietro l'umiliante fardello di aver vissuto per vent'anni con Berlusconi come Presidente del Consiglio. Ma dico, ogni tanto qualche frecciatina e qualche battutina me la sono dovuta ingoiare, ci può stare, ma com'on! chi si fa fermare da una cosa del genere? E nascondere la propria sessualità in una città dove è oltremodo accettata, mi fa un po' tenerezza, ma allo stesso tempo mi angoscia. Dai sul serio, è come perdere il bello della propria vita, costretto a un in-necessario auto castigo, escludendosi la possibilità di godere a pieno della tua giovinezza quando sei ancora padrone del tuo presente. Tutto questo senza un reale motivo. E' come se un tarlo cattivo si sia infilato tra le ombre del tuo cranio facendoti credere che ci sono fantasmi dappertutto, sempre pronto a guardare due volte prima di attraversare una strada completamente deserta. E' ora di far scendere questo tarlo dalla testa, questo sottile infimo tarlo della vergogna. Anche perché, diciamocelo, siamo in un paese in cui la vergogna non esiste. In cui chi dovrebbe essere davvero additato come streghe nel 1400 si sostiene su carrozzoni di cartapesta, immune alla tanto temuta opinione pubblica. In un paese in cui il Trota, figlio dell'autoproclamato re del razzismo, firmatario della Bossi-Fini e secessionista convinto, ha conseguito un titolo di laurea falso in Albania, con soldi rubati dai finanziamenti ai partiti. Saltandosi una decina di leggi. Vergogna? Zero. E pensare che in America stanno per affibbiare 30 anni di carcere a un tipo che ha rubato una milionata di dollari di finanziamento al partito per nascondere una relazione con una tipa. Da noi vanno a zoccole giorno e notte, minorenni e non, a spese nostre e in più si autoproclamano stalloni a letto. Livello di vergogna? Zero. E pensare che siamo in un paese cattolico. Ma va! Caro mio, esci dall'armadio che inizia ad essere ora. Ed è ora anche di trapiantare le piantine di fragola che ho appena comprato al Consorzio Agrario di Milano. E a proposito di Shakira, come diceva saggiamente Calle 13: "me gustabas cuando estabas más gordita. Con el pelito negrito y la cara redondita. Y así medio rockerita." Il giorno del lavoratoreMartedì, 1 maggio 2012
Piove, governo ladro. E mentre la maggior parte degli Italiani sta maledicendo il padreterno per aver mandato un bell'acquazzone proprio sul ponte del primo maggio, io mi sto godendo un po' di sano fai da te domestico. Che piacere andare in giro con le mani sporche di vernice e i calzini bagnati dall'acqua piovana, con qualche stecchiolina di legno infilata tra le dita e con tanta voglia che questa maledetta vernice si secchi per benino.
Facile da intuire, sono alle prese con il mio nuovo progetto: il giardino perfetto. Forse non sarà poi così perfetto, ma per il momento promette bene. Complici questi quattro piovosi giorni di ponte, ho trovato quello che fa per me. E soprattutto reduce da brutte esperienze passate, ieri sera ho sfidato la sorte che mi aveva dato come perdente in partenza. Ho sfidato il mio demone personale, gli avevo giurato vendetta e sono qui a fare in modo che sia compiuta. Se ebay non mente, domani dovrebbe partire il mio prezioso carico di semini dagli states, conto con qualche giorno di volo intercontinentale e spero che per la prossima settimana siano già qua. A distanza di due anni esatti dalla prima semina tutt'altro che miracolosa, eccomi a distanza di 3000km a provarci di nuovo. Stavolta ho ceduto alla fama e oltre a comprare i miei preferiti peperoncini ever (Habaneros) ho dato una speranza a quello che alcuni chiamano il peperoncino fantasma, tristemente conosciuto per essere il peperoncino più piccante al mondo. Certo che quelli che si inventano i nomi dei peperoncini piccantissimi non stanno proprio bene di mente. Per esempio tra quelli che ho comprato, ci sono i mitici Fatalii e i Devil's Tongue.. Insomma, tra peperoncini fantasma, peperoncino fatale e lingua del diavolo.. mi sembra di essere in un film horror anni 80. L'attacco del peperoncino fantasma!! I peperoncini fatali colpiscono ancora!! Lasciatevi baciare dalla lingua del diavolo.. muahah! Momento squallors ¬¬ Ma ad ogni modo, quello che più amo di questo piccolo e stravagante mondo, è sicuramente la community che ci gira intorno. Per fortuna non sono il classico appassionato che posta i suoi (in)successi su qualche forum di coltivatori amatoriali. Primo, perché mi vergognerei di tutte le mie sconfitte, secondo, perché mi sembra anche questo un po' patetico. Però a dire la verità ho scoperto che esiste un piccolo mondo ruotando intorno a questo hobby, e c'è veramente tanto da imparare. Posso definirmi un piccolo esperto di tecniche di coltivazione, germinazione in ambienti chiusi e di fertilizzazione. Ma soprattutto posso vantare nel mio curriculum una grandissima esperienza in "dimenticarmi di annaffiare per settimane", "lasciarmi invadere dai parassiti" e soprattutto "farmi bruciare dal sole tropicale". Quindi se è certo che chi sbaglia impara, io sono imparatissimo. Quindi stavolta si riparte da capo, con una grandissima voglia di sconfiggere il mio demone personale della disfatta. E i terribili afidi, sperando che lo smog milanese mi dia una mano. Ad ogni modo, proprio come il vecchio John Hammond di Jurassic Park, anch'io ho scoperto la mia zanzara racchiusa nell'ambra, e la userò per creare un'isola di dinosauri giurassici altri 30 metri e.. Ok forse ho esagerato. Ma ho trovato nella mia scatola degli attrezzi da giardinaggio l'ultima bustina di Habaneros sopravvissuti alla prima ondata distruttiva. Dentro c'erano appena due semini di Peruvian White, una qualità di Habaneros piccolissimi e dal colore giallo pallido. E qui arriva la grande sfida: questi semini non hanno mai germinato, non sono mai riuscito a vedere un Peruvian White. Proprio quello che mi ci voleva per mettermi in gioco e provare il mio nuovo meccanismo di cultura SandBox (che è una versione economica del SandGelBox che spero mettere in atto per quando arrivino i nuovi semini). Per farla breve, i semini dovranno germinare in un tupperware con sabbia e acqua in una zona illuminata e spero riscaldata. Ora, mi sa che il portiere ha deciso risparmiare sul riscaldamento, visto che qua diluvia ma i termosifoni sono perennemente spenti, quindi dovrò affidarmi al bel tempo. Vediamo se il clima prealpino mi fa un favore. Ora di rimettersi di nuovo al lavoro. Oltre a progettare il mio futuro giardino piccante c'è da sistemare le cassettine della frutta che abbiamo rubato ieri, dipingerle di bianco e foderarle di plastica. C'è da sistemare il resto delle spezie, con il prezzemolo che ha appena invaso un meraviglioso innaffiatoio vintage, nell'attesa di andare all'Ikea e fare scorta di vasi e vasetti. Che Madre Natura mi dia una mano, la battaglia è appena iniziata. Da domani giuro che smetto di parlare di piantine e giardino, ma sono così emozionato che non riesco a non esternare la mia felicità.
Dal deserto alle PrealpiLunedì, 30 aprile 2012![]() ![]() Di solito le foto vanno in fondo, è una questione di politeness. Però sono così contento di questo nuovo furto legale che abbiamo appena commesso che non potevo non esprimere graficamente la mia felicità. Riassunto della settimana: iniziano i lavori per il nuovo terrazzo! Dopo aver capito che la felicità si racchiude in una folta vegetazione che cresce libera proprio fuori dalla finestra della sala, è diventata un po' una priorità. Sta di fatto che lo scorso venerdì abbiamo fatto serata alla Feltrinelli (wow che ribelli!!), che tra l'altro è un punto che rimanga aperta la sera fino a tipo le 11. Ed una volta dentro, oltre a girovagare tra le colonne dove puoi ascoltare la musica prima di comprati il cd (ahahah sì sì, chiaro..), i blueray dei film anni 80 (!!!) e i giochi per pc da 49.99€ (!!!) abbiamo scoperto un interessantissimo angolino di libri semi professionali. Yasi ha messo le mani su un libro di costura, grande e completo, mentre a me ha messo tra le mani un libro consigliato dalla rivista Glamour (!!!) sulla coltivazione dell'orto in città... E si è aperto il cielo! Non avrei immaginato quante meravigliose info avrei potuto ricavarne. Anche se, a dire la verità, da quando siamo qui a Milano abbiamo riscoperto il piacere della lettura, e quello di comprare libri. Quindi mi sono immerso in una lettura e poi ovviamente mi sono portato a casa il libro. Bene, una delle idee più interessanti, è stata quella di trasformare il tristissimo terrazzo, spoglio di vita e qualsivoglia forma di bellezza, in un piccolo paradiso tropicale, proprio nel centro di Milano. Ed ecco che è partita ufficialmente la caccia a piccoli dettagli che con molta pazienza, dedicazione e un sacco di vernice bianca, trasformeranno il nostro balconcino nella Valle Incantata. Senza dinosauri purtroppo. E finalmente, dopo disperate ricerche su Amazon e siti affini, eccoci tornare alle radici, al più basico del basico. Andare al mercato a rubare cassette della frutta!! Certo che come ladri facciamo pena, visto che abbiamo chiesto al signore di fianco alla zona cassonetto se potevamo prendere qualche cassetta lì buttata. E lui, dall'alto della sua faccia baffuta ha annuito con faccia di "andate a lavorare pezzenti". Che abbiamo interpretato come un "sì certo ragazzi, iniziate pure il vostro lavoro artistico con questi scarti da riconvertire in materie prime!". E dopo aver trasportato chili di cassette fino a casa, ed esserci fermati a comprare diverse piantine aromatiche, eccoci a casa alle prese con la parte più importate. Litigare per decidere dove vanno i pomodori e dove i fiori. La vedo lunga e battagliera. Ma speriamo di svangarla. Dalle foto in alto non si deduce ancora molto, ma le aspettative sono altissime. Pomodori e peperoni che si fondono con insalatine e rosmarino. Il tutto condito da fiori e altre piantine. Non vedo l'ora onestamente. Peccato che la primavera sia già bella che iniziata, ma noi ci si prova. E viste le precedenti esperienze casalinghe, tra peperoncini distrutti dalla cocciniglia e invasioni di formiche tra il pomodoro: animaletti con più di quattro zampe, sentitevi avvertiti. Zero pietà. Animaletto avvisato, mezzo salvato. Speriamo solo che lo smog milanese, che arriva solo in minima parte a casa nostra, non impedisca una rigogliosa crescita di piantine e verdura. Che abbiano inizio le danze, vediamo se riusciamo a mangiarci qualcosa di biologico stavolta.. Non tutte le ciambelle vengono con il bucoDomenica, 15 aprile 2012
Generalmente non amo raccontare cose tristi, sono una persona dallo spirito fortemente ottimista e cerco di trasmetterlo in tutto quello che faccio. Però non per questo sono immune dai momentacci, o anche più semplicemente dai classici eventi che mi riportano coi piedi per terra. Questo è un giorno di quelli, e posso scriverne solo perché sono già passati 3 o 4 giorni dalla triste scoperta.
Tutto è iniziato con la solita routine di quando arriva in casa un nuovo bonsai. Dopo le feste, l'illusione e la speranza di un grande futuro, arriva il momento della responsabilità. Prima cosa da fare, decidere dove ubicarlo, capire quali sono le sue esigenze, e prassi ormai consolidata nei bonsai comprati in vivaio, cambiare la terra. Già, perché questi maledetti allevatori di bonsai senza scrupoli ne amore, si dedicano a lasciarli crescere in tristissimi blocchi di terra sabbiosa, per cui le radici crescono a dismisura e perdono la capacità di assorbire i nutrienti necessari. E' la principale ragione per cui a nessuno dura un bonsai più di qualche mese. Le radici si asfissiano, la pianta inizia a perdere vigore, poi cadono le prime foglie, e ciao. Ed è stato proprio grazie a questo evento sconosciuto che conoscetti tempo addietro al grande mago Coloccini, re di tutte le piante mignon. Mentre cercavo di convincerlo che la pianta era salvabile, lui prese delle belle tenaglie, tagliò il tronco a metà e mi fece affrontare la cruda realtà. Il mio primo olmo era bello che andato. Fortuna che mi rassicurò subito, perché quando lo vidi assassinare la mia piantina ero tra lo scoppiare a piangere e prenderlo a sassate. Ma invece nacque una bella amicizia. Quindi ogni volta che arriva a casa un nuovo bonsai, la prima mossa è sempre la stessa, valutare il giorno migliore, armarsi di pazienza e Akadama (la miglior terra per bonsai) e mettersi al lavoro. Si toglie la terra, si puliscono le radici, si manda a cagare quelli del vivaio, e poi si rinvasa con la nuova terra. Un bel bagnetto profondo, un po' di vitamina B e pronti per nuove avventure. Già, questa è la teoria. Poi a volte le ciambelle non vengono con il buco, e stavolta mi assumo il 100% della responsabilità. Infatti dopo aver trapiantato il povero alberello del pepe che mi aveva regalato mia cugina come benvenuto a Milano, ecco che iniziano le vacanze di Pasqua. Mi ero completamente dimenticato! C'è poco da fare, mi sono trovato a dover lasciare la piantina in casa durante 5 giorni, con la terra nuova e senza la possibilità di innaffiarla quotidianamente ne nessuno che lo potesse fare al mio posto. Detto fatto, torno a casa e il povero alberello è più morto che vivo.. Infinita tristezza! Per essermi dimenticato delle vacanze di Pasqua, ho messo in pericolo, e forse irrimediabilmente, un povero bonsai. Spero che mi serva di monito, certe cose hanno un rischio talmente elevato che non c'è spazio per delle leggerezze come queste. Di certo non è il primo bonsai che ci lascia le penne, e temo che non sarà nemmeno l'ultimo, però se ogni volta ci devo stare così male spero proprio che non si ripeta spesso. Comunque non tutto è ancora perso. Certo, basta vedere le foto di com'era la settimana scorsa e com'è adesso per demoralizzare anche il Dalai Lama. Però forse con un po' di amore e una bella dose di vitamina B qualcosa si riesce a salvare. Incrociamo le dita. ![]() ![]() Ma per tirarmi un po' su di morale, diamo spazio anche a qualche foto dei miei piccoli bonsai di Las Palmas, che mia suocera sta curando con tanto amore (o almeno con un po' d'acqua). Crescete forti e sani!!
The motherfucking PterodactylSabato, 14 aprile 2012
Mi sono sempre piaciute queste serate passate a saltare da un video all'altro su Youtube. E' un po' come la tele che non abbiamo in casa, però un milione di volte meglio. Mi piace soprattutto questa facilità di saltare da un video assurdo a uno serio, da un video musicale a un documentario a un corto a un cartone animato amatoriale.
E senza dubbio il migliore della serata, è il mitico motherfucking pterodactyl. Non so come spiegarlo, bisogna conoscere TheOatmeal Poi per rendere omaggio alla nevicata che ha causato disagi su mezza Italia, non potevo non dedicargli un video. Tra l'altro, tra i migliori mai visti su Youtube. La freccia biancaGiovedì, 5 aprile 2012
Non so nemmeno quanto tempo sia passato dall'ultima volta che ho preso un treno. Potrei andare a ritroso tra i ricordi e cercare di scovare questo dato, ma preferisco applicare la filosofia matematica che usano in alcune popolazioni dell'Amazzonia. Hanno un curioso sistema di contare, usando questa numerazione: zero, uno, due, molti.
E' semplicemente geniale, e spero che qualcuno più influente di me decida un giorno di applicarla al mondo occidentale. Nel mio caso potrei rispondere alla domanda "da quanto tempo non prendo un treno?" semplicemente con "molto tempo". E nessuno si prenderebbe la briga di indagare oltre, la risposta sarebbe completa e soddisfacente. E perché penso a un treno proprio adesso? Perché dopo chissà quanto tempo sono di nuovo seduto in una carrozza (anche se oggigiorno dovrebbero chiamarle open spaces), sul vecchio Eurostar che il rebranding delle ferrovie ha rinominato Freccia Bianca. Stendiamo un velo pietosissimo sulla qualità delle ferrovie, sull'accessibilità del sito internet e sui prezzi completamente fuori mercato. L'ho detto e non vedo il bisogno di approfondire. Peccato, perché in realtà, sotto sotto, il treno mi piace. Non lo ammetterò mai in pubblico, continuerò ad essere un detrattore delle rotaie in favore del caro vecchio aeroplano a motore. Però devo ammettere che come idea di fondo, una freccia di metallo che attraversa la campagna e la città, lasciandoti spettatore di un quadro in movimento. E qui, mi spiace dirlo, ma batte di gran lunga l'esperienza dell'aereo. Non c'è il brivido del decollo e il panico dell'atterraggio, è vero, ma lo spettacolo del viaggio è semplicemente senza paragone. Nella freccia metallica c'è lo spettacolo della natura, il paesaggio che cambia a seconda della regione attraversata, tra montagne e campagne, edifici industriali e infinite periferie. E poi il mare.. croce e delizia della costa Adriatica. Quel travolgente momento passato Pesaro, quando i palazzoni si diradano d'improvviso per lasciare lo spazio al mare. La spiaggia cittadina di Pesaro, i campi di beach volley, le onde che si muovono lente. Questo era il momento più desiderato, dopo le lunghissime settimane passate a Bologna, mi davano il benvenuto al mare della riviera del Conero. Spiacente caro aereo, non riuscirai mai a battere questo. Ma va anche detto che ci sono situazioni dove un aereo può offrire visioni anche migliori. E lo dico dall'alto della mia esperienza di profondo conoscitore del tema. Nel solo ultimo anno, facendo un conto rapido da matematico Amazzone, ho preso un bel po' di aerei. E quando dico un bel po' mi riferisco a periodi di punta con con più di cinque voli alla settimana. E devo ammettere che quella era classe. Parlando proprio di qualità del servizio (che nelle ferrovie lascia molto a desiderare), la compagnia Binter Canarias non è secondo a nessuno. In mezz'ora di volo c'è tempo per il giornale, un wafer al cocco ricoperto di cioccolato, acqua, caramella e salviettina rinfrescante. Il tutto ovviamente gratis, compreso nell'infimo prezzo del biglietto. Qualità sopra tutto. E come se non bastasse, in un volo che in totale dura mezz'ora, il pilota si può permettere di volare a bassissima quota, permettendoti di vedere dal finestrino lo spettacolare mare che circonda la tua isola e quelle vicine. Oltre ovviamente ai dettagli della costa alta e frastagliata, tipica del territorio vulcanico. Impagabile. Altro che autobus turistico.. Per il momento siamo uno a uno, treno aereo, e mi sa che questa battaglia non avrà vincitori. Perché in fondo l'importante è arrivare. Se poi uno si gode anche il viaggio, bé meglio che meglio. Ma i miei spostamenti sono sempre stati causati da una forte volontà di arrivare. Presto. Prima. Subito. Perché so che ad aspettarmi in fondo a questo binario c'è la mia farfalla, e ogni minuto che passo senza di lei mi sembra completamente sprecato. Meglio allontanare in un momento tutti i fantasmi che ho sollevato pensando a quel terribile anno fatto di vai e vieni, di voli insoliti verso la stessa meta. Pregando perché ogni chilometro passasse il più veloce possibile. Una lenta tortura cinese che sembrava non avere mai fine. Questi fantasmi non erano che gli spiriti protettori del tesoro meglio custodito che esista. E credo aver passato la prova, perché ho ricevuto il premio più ambito. E mi sta aspettando a casa. Anno nuovo musica nuovaSabato, 24 marzo 2012
Tra le cose che uno prova a "venderti" sui vantaggi di vivere in una grande città, tra i primi c'è sempre quello relativo al numero impressionante di eventi e spettacoli ai quali poter partecipare. E senza dubbio è così, visto che nei pochi giorni che abbiamo trascorso a Milano siamo già stati a mostre, musei, anteprime e ovviamente questo è solo l'inizio.
Ma per la prima volta in 5 anni (uff come passa il tempo) mi sono perso il carnevale di Las Palmas. Voglio sperare davvero che sia la prima e unica volta, visto che mi sono sentito così male di perdermi lo spirito del Carnevale, di quello vero, di quello sentito e vissuto dalla gente. Mi è sempre risultato difficile spiegare cosa si cela dietro al carnevale Canario. Mi viene da fare l'esempio del carnevale di Rio, ma non essendoci mai stato non potrei usarlo come mezzo di comparazione. Quindi di solito provo a spiegarlo iniziando dai dati tangibili, facili da comprendere. Il primo è sempre la durata. Un mese di carnevale contro i due o al massimo tre giorni che si festeggiano in Italia. E qualcuno arriva a farne anche uno solo, magari il martedì o giovedì grasso. Nossignore, il carnevale Canario inizia verso febbraio e finisce ben 4 settimane dopo. Poi tra i punti tangibili, c'è il tempo. Non è lo stesso uscire di casa per mettersi in una festa privata o in una discoteca, contro il piacere di uscire, trovarsi in giro e andare al "parque" dove lo spazio aperto più grande della città si trasforma completamente in discoteca. Spazi giganti, aperti, con un clima che permette fare serata per strada e non prendersi una broncopolmonite, musica sempre e dappertutto, chiringuitos dove bere tutta la notte, oltre ovviamente al parco per buttarsi per terra e riprendere fiato. Insomma una figata. Ogni tanto al massimo una scazzottata, con l'occhio sempre vigile per sapere quando è il momento di spostarsi un paio di metri più in la e sfruttare l'occasione per andare a fare pipì nel rande bagno pubblico per uomini chiamato muretto. Madre Natura ci ha fatto un regalo meraviglioso dandoci la possibilità di fare pipì a fontanella, che grande invenzione. Il carnevale è di per sé è già un evento che per la sua semplicità e perfezione uno non dovrebbe perdere per nulla al mondo. Ma la ciliegina sulla torta, è l'evento che rende unico e inimitabile il carnevale di Las Palmas da quello di qualsiasi altro luogo nel mondo intero. Tutti hanno la loro regina del carnevale, ma solo Las Palmas ha la sua Regina Drag del Carnevale! Sin dal mio primo anno qui, sapevo che c'era questo grande evento, ma non essendomi ancora calato nella realtà Canaria, ignoravo completamente l'impatto che aveva sulla gente. Me la immaginavo come una di quelle esagerazioni tipiche per attrarre turisti, o poco di più. Come poco dopo avrei scoperto, mi sbagliavo alla grande. Ricordo la prima gala Drag vista in televisione con Yasi in casa a Las Palmas. Non ci potevo credere. Era tutto così assurdo, così surreale, che mi sentivo catapultato in un film di Gabriele Salvatores in cui niente era quello che sembrava. Ho riso tanto, tantissimo. Ok, che il caro vecchio Arehucas aiutava, ma non riuscivo a controllare le risate davanti a questo spettacolo esilarante. Ma occorre puntualizzare: divertente e surreale, ma mai patetico ne umiliante. Forse è stato da questo input che ho iniziato a comprendere la realtà di questo stile di vita. Niente a che vedere con le centinaia di poveracce che ogni sera si svendono come soubrette in televisione, esattamente il contrario. Essere Drag è annunciare al mondo la propria emancipazione, gridare di orgoglio per essere nato star e aver lottato ogni giorno per raggiungere la vetta. Ripenso ai Subsonica e a Aurora Sogna, e alle sue labbra cromate, pelle sintetica e un microchip emozionale. Bene, è un'immagine involontaria di un Drag, ossessionato nel trasformare il proprio corpo in qualcosa di più, espanderlo, aggiornarlo, migliorarlo, tunearlo. Abbandonare il corpo umano e trasformarsi in maricones tuneados. E lo scorso anno, grazie all'aiuto inestimabile del carissimo Kevin, siamo riusciti ad entrare alla finale della gala Drag Queen di Las Palmas, per vivere dal vivo questo evento. Per respirare l'aria di sudore e latex, tipica delle maschere da Power Rangers dei drag. Ma se mi aspettavo molto da uno show del genere, quello che mi sono trovato davanti è stato molto di più di quanto riuscissi nemmeno ad immaginare. Mi sentivo come trasportato sul set di uno show di Cavalieri dello Zodiaco, e con me tutto il resto del pubblico impegnato a saltare e gridare a più non posso per animare questi grandissimi dello spettacolo trasgressivo. Una sola parola: fantastico. Quest'anno per evidenti problemi logistici purtroppo non abbiamo potuto vivere quest'esperienza. Ma fa niente, ci rifaremo l'anno prossimo. Per il momento mi godo tutta la serata su Youtube, grazie a qualcuno che si è preso la briga di filmarla intera per poi caricarla su internet. Come sempre numeri tremendi, livello altissimo, e musicón (che ora che ci penso, è un ibrido tra musica e maricón). Grazie davvero, prometto che l'anno prossimo non mancheremo. A new start, MilanoGiovedì, 16 febbraio 2012
Eccomi a scrivere circondato dalla neve, già in fase di scioglimento, ma ancora presente in tutta la città. Questa che posso chiamare Città, con la C maiuscola, che ormai non è una città qualsiasi. Da più di due settimane che (sembrano mesi), questa è diventata la mia città, la mia nuova casa, il regno in cui spenderò la maggior parte del mio tempo. E mi sento come travolto da questa distorsione abissale dello spazio-tempo, conseguenza di questo strano cambiamento appena percorso.
Da una parte, il tempo non scorre. Giorni che a Las Palmas sarebbero soffiati via con il primo aliseo di passaggio, ora sembrano espandersi come bolle di sapone. Lente, sinuose, con colori ipnotici ma trasparenti. Se prendo in mano il calendario e fisso il giorno in cui siamo arrivati a Milano e scorro con il dito verso la data odierna mi viene da ridere. Mi ritornano in mente tutte quelle storie sulla relatività di Einstein e sul punto di vista delle cose in movimento. Bé caro Einstein, eri davvero un genio. Visto che le cose in questi giorni si sono mosse a una velocità surreale, e che il mio punto di vista è ruotato così velocemente da farmi perdere ogni contatto con la realtà. Ma se Einstein ha creato una gran teoria, non da meno è stato il nome che gli ha dedicato: Relatività. E oggi più che mai mi sento un pezzo chiave della teoria stessa, sono io la prova del nove che conferma la Teoria della Relatività. La formulerei nel seguente modo: "Invarianza della luce": la velocità della luce dopo un trasloco internazionale ha la capacità di sballare tutti i riferimenti inerziali, creando vortici emotivi indipendentemente dalla velocità della neve nel vuoto o dalla differenza di temperatura tra l'isola tropicale di partenza e la pianura padana d'arrivo. E per l'appunto se il tempo si è dilatato all'inverosimile in questi giorni, non è stata solo colpa dello shock termico-culturale che abbiamo dovuto affrontare, ma probabilmente è stata la conseguenza all'iperrecettività ai nuovi stimoli che l'ambiente ci fornisce. Basta pensare che in poco più di 15 giorni abbiamo traslocato tutto il contenuto di una casa di 100mq, fatto un viaggione con due cincillà drogate, affrontato uno shock climatico di 30 gradi, visitato decine di casa e ne abbiamo affittata una. Abbiamo firmato i rispettivi contratti, luce, gas, eccetera, iniziato un nuovo lavoro, ricominciato a parlare Italiano, conosciuto decine di persone e rivista una bellissima parte della famiglia che non vedevamo da molto tempo.. E questo solo per menzionare le cose più importanti. Ma se ci aggiungiamo tutte le sfumature, i dettagli, i fruscii, la tesserina punti del Billa, il mitico Joe Cipolla e tutto il resto, si capisce perché queste due settimane si sono estese fino ai limiti del surreale. Ma se il cambio in sé ha creato un'espansione dello spazio-tempo emotivo, sicuramente Milano è stata la deriva alla quale siamo approdati. E' diventata il nuovo spazio. Spazio. Che meravigliosa parola per indicate qualcosa di così reale e così effimero, sinonimo stesso di universo. Ed è così che mi immagino questo spazio chiamato Milano, come un'infinita collezione di stelle e pianeti, immobili nel loro girovagare vorticosi nel vuoto, illuminando il cielo e impossibili da calcolare. Bella metafora, per una città all'apparenza tranquilla a immobile, ma in realtà brulicata di vita distratta che cerca un contatto visivo per testimoniare la propria esistenza. Un mondo inesplorato, in cui migliaia di persone senza identità aspettano di incrociarsi con le nostre vite per potersi togliersi la maschera che ne nasconde i tratti. Ma c'è tempo, in fondo siamo appena arrivati. C'è tempo di vedere, di perdersi, di camminare, e riscoprirsi. E mi piace così, aprendo una finestra e respirando l'aria fredda, mentre la neve imbianca una città tutta da sognare.
Sempre di corsaSabato, 28 gennaio 2012
Tempo fa scrissi sul perché muore un blog. E riassumendo le mie conclusioni su questo triste evento, decretai che il motivo più probabile era la mancanza di esperienze da raccontare. Scrivere su se stessi poi, è ancora peggio. Non puoi dare la colpa a nessun altro, se la tua vita non ti permette scrivere grandi momenti emozionanti e stralci di vita vissuta, c'è poco da fare.
Poi c'è il problema inverso, e qui mi ritrovo io ad affrontarlo spaparanzato sul divano alle 9 di un sabato mattina. Appena alzato, senza Nespresso in casa per farmi un buon cappuccino, e con Yasi ancora tra le braccia di Morfeo. Il mio problema è che non ho il tempo di mettere nero su bianco (o per meglio dire nero su #FEFFF3) e quando sembra che i pianeti e i satelliti si sono allineati per darmi mezz'ora libera per scrivere.. ecco che mi ritrovo al punto di partenza: migliaia di cose da raccontare, e non sapere da dove iniziare. Inutile dire che in questa settimana di cose ne sono passare un'infinità. Cose piccole e cose grandi. Basta dire che ho corso una maratona (bé dai, 10km), sono stato a Siviglia e ho conosciuto pure un "fan" di questo sito web, ho lasciato il lavoro e ho ricevuto un sacco di complimenti per essere stato eccellente in questo progetto, Yasi ha ricevuto una festa a sorpresa delle più emozionanti.. come si fa a scegliere un punto di partenza?? Ma come obbligano le migliori tradizioni, non c'è niente di meglio che iniziare dalla fine. Che bello quando la fabula e l'intreccio non coincidono! Così nascono le grandi storie. Ma come scrittore non sarei un granché, anzi, ora che ci penso è dalle Vacche di mare e La spiaggia delle Upupa che non scrivo una storia in gran stile. Chissà se con un po' di tempo libero all'arrivo a Milano riesco a stendere un paio di righe su questa nuova trascendentale avventura. Ma appunto, per iniziare dalla fine, bisogna farlo con la grandissima festa a sorpresa che hanno preparato ieri per Yasi. C'era già puzza di festa nell'aria, ma nessuno avrebbe potuto immaginarsi le dimensioni dell'evento che sono riusciti a montare in pochi giorni per dare un felice addio alla loro agente segreta numero 1. Agente Y. E la punta di diamante della festa, a parte un sacco di gente guardandomi storto e obbligandomi a promettere che mi prenderò cura di lei, pena la morte, è stato il merchandising Yasi Wellness. Sto aspettando che mi passino le foto perché ancora non ci credo. In sintesi: le hanno regalato un poster gigante da fiera con il nuovo "logo" personalizzato in stile minimalista Illustrator, ovviamente color rosa. E oltre al poster, anche una borsa, un cuscino e un paio di mutande con lo stesso logo! Ovviamente le mutande se le potevano risparmiare.. però vabbé, è comunque geniale. Ma più penso all'addio che hanno preparato a Yasi e più noto le differenze con il mio: birra e tapas di pesce fresco in piena Las Canteras, con due segli uomini meno fashion del mondo. Ma fa niente, in fondo l'ambiente in cui si muove un ingegnere è evidentemente meno mondaio che quello di una PR. Ma quello che si accomuna la due feste, è senza dubbio l'aria di vera tristezza negli occhi dei colleghi. Mi sono sempre immaginato che in situazioni come queste regnava l'ipocrisia. Anch'io ho partecipato a diverse feste d'addio, inclusa la mia di un anno fa, e praticamente mai avevo annusato questa sensazione. Una sensazione di professionalità, di complimenti sinceri, che vengono dal cuore, da persone che non hanno niente da perdere al mandarti a fanculo anche nell'ultimo giorno in cui gli dai l'addio. Anzi, ho vissuto un paio di questi momenti, proprio con le persone che mi stavano ringraziando e facendo i complimenti per il buon lavoro svolto. E io dall'alto della mia modestia, minimizzo sempre, dicendo che in fondo è merito di tutta una squadra di persone che stanno dietro di me, che io sono la faccia (nel bene e nel male) e che in fondo non mi merito tanti complimenti. E lo penso sul serio. Penso che se fosse stato solo per me, non sarei riuscito a creare quella che stata la più importante azione commerciale di Vodafone mai fatto fin'ora, pero devo anche ammettere che senza di me, forse il risultato sarebbe stato diverso. Ma ruminazioni mentali a parte, da un certo piacere vedere che il proprio sforzo viene ricompensato. In questi casi basta una buona parola detta col cuore nel momento giusto per dare un senso a mesi e mesi di sforzo costante. Per questo mi piace il mio lavoro. E adesso si parte per una nuova esperienza. Nuovi colleghi, nuovi obiettivi, nuovi ostacoli e nuove sfide. Ma come sempre sono ottimista, in fondo se la mia Udinese del PES riesce a dominare il campionato, perché dovrei essere io meno ottimista? Corri Asamoah, maledetto.. corriiiii!! Vada a bordo, cazzo!Martedì, 17 gennaio 2012
Poche volte, in generale, uno si trova nella situazione di doversi prendere una bella ciga (ramanzina). Capita più spesso da bambini, quando si commettono un sacco di cazzate e quando uno torna a casa sapendo di averla combinata grossa, ecco che arriva immancabile la classica sgridata paterna. Mica c'è niente di male, anzi, aiuta a crescere.
Una volta diventati adulti però, per fortuna sono poche le occasioni in cui qualcuno possa permettersi di alzare la voce. Classiche le urla della moglie, un po' meno ma altrettanto fastidiose sono quelle del capo se qualcosa va storto e non sa a chi dare la colpa. Poi, c'è la cazzata più grande della tua vita. Nessuno ti prepara per quella. Molte vite finiscono senza nessun episodio di questa magnitudine. E questo le rende ancora più rare e imprevedibili. Ma quando arrivano, arrivano con la forza di un treno lanciato a tutto vapore contro un muro. E tu sei li, immobile e paralizzato, appoggiato al muro vedendo il treno che ti arriva contro. Ovviamente sai che di te non rimarrà niente più che il ricordo, ma nell'impatto di quelle centinaia di tonnellate di acciaio a velocità folle contro il tuo povero corpo inerme, riesci comunque a sentire tutto il dolore provocato dalla rottura di ogni singolo atomo. Ecco, penso che così si sia sentito il capitano della Costa Concordia, quando per fare lo sciapo, ha mandato a picco la sua nave con tutto quello che c'era dentro. E ci sono stati morti. Per cui spero e farò in modo, che questa conversazione telefonica tra il comandante della Capitaneria di Porto e il capitano della nave da crociera rimanga sempre presente nella mente delle genti. Che in una società in cui siamo abituati a farla sempre franca, ci sia qualche bell'esempio a ricordarci che se abbiamo una responsabilità (sopratutto come questo individuo, che include la vita dei passeggeri e dell'equipaggio) dobbiamo saperne intendere il valore. E rispettarlo. Altrimenti, dobbiamo pagare il conto. Mi piace l'espressione che ha usato il comandante della Capitaneria di Porto cercando di mantenere l'ira che gli bruciava dentro mentre quell'altro abbandonava la nave: Guardi Schettino che lei si è salvato forse dal mare ma io la porto... veramente molto male... le faccio passare un'anima di guai. Vada a bordo, cazzo!» (link alla trascrizione del Corriere della Sera) Reporter urbanoDomenica, 15 gennaio 2012
Se c'è una cosa che mi piace del correre per la città, a parte bruciare calorie, è proprio la possibilità di scoprire luoghi nuovi, prendere strade mai percorse e che mai avrei percorso senza questa scusa. Anzi, pensandoci adesso, ho proprio iniziato a correre perché ero da solo nell'isola de La Palma, sperso e senza niente da fare. Quindi con un po' di buona volontà mi sono rimboccato le maniche, caricato musica nella BB e via verso il lungomare di Cancajos. E poi, il giorno dopo, a Puerto Naos. E così via, percorrendo gran parte di Las Palmas, tra il lungomare del porto e Las Canteras, ma anche al sud, a Tenerife, El Hierro..
Ma parlando di posti in cui non sono mai stato nei miei ormai 4 anni a Las Palmas, c'era proprio la spiaggia de La Laja. E' una spiaggia di sabbia nera che è la prima che si trova un po' fuori Las Palmas, ed è proprio la prima cosa che si vede della città arrivando dall'aeroporto. Da poco, per arrivare finalista come capitale della cultura 2016, hanno anche montato una statua di un tritone che indica con un braccio proprio a Las Palmas. Mi sembrava una pena andarmene da Las Palmas senza aver mai messo piede nella spiaggia di La Laja, ma visto che con Yasi non sarei mai potuto andarci (dato che si trova tra lo scarico di una fogna e quello di una centrale elettrica), sono dovuto andarci da solo sfruttando la scusa della corsa. E devo dire che ne è valsa la pena. Anche se era già di notte, il panorama era stupendo. Las Palmas lontana sullo sfondo, mentre seguivo il lungomare quasi deserto e frequentato a quell'ora solo da altri corridori come me. Ed ecco che mentre mi avvicinavo al centro della spiaggia, quasi come se niente fosse mi incontro a un UFO. Dico sul serio, un UFO. Ma non della serie scia luminosa accecante nell'aria, nossignore, di quegli UFO stile mostro finale di Metal Slug. ![]() A differenza di quest'ultimo però, il mio UFO aveva già spirato l'ultimo sospiro, e giaceva immobile arenato a metà spiaggia. Grande, con forma semisferica, appoggiato su un lato. Ma forse la cosa che più mi sconcertò fu il fatto che questo pachiderma arenato dava ancora segnali di vita. La punta di quella che si sarebbe potuta chiamare antenna, emetteva ancora una specie di bip luminoso sotto forma di lucina rossa. Era una luce intermittente molto lenta, come un ultimo disperato mayday verso il resto della flotta ormai lontana anni luce. Quando arrivai all'entrata della spiaggia, non potei resistere alla tentazione e mi avvicinai alla balena interstellare. La prima cosa a cui pensai fu la possibilità di collegarmi a google dal telefono e cercare il numero della NASA. Vagli a spiegare che hai appena trovato una nave spaziale affossata nella spiaggia de La Laja.. Ora che ci penso, quello che sto per descrivere forse non è mai successo. Forse, ma solo forse, ho davvero trovato il numero della Nasa, gli ho dato uno squillo e comunicato il modo di arrivare fino a me. E forse qualcuno ha intercettato la chiamata, sono arrivati i Marines in quattro e quattr'otto e hanno messo tutto sotto sorveglianza militare defcon uno. Poi mentre non credevo ai miei occhi mentre vedevo uscire un alieno dalla carcassa della sua astronave, due signori vestiti di nero mi si sono avvicinati con un apparato di metallo con forma di pennarello e mi hanno sparaflesciato con una luce rossa facendomi dimenticare tutto. Quindi mi hanno impiantato un nuovo ricordo, che più o meno è quanto segue: sono sceso verso la spiaggia e ho incontrato due signori con faccia da film di serie B. Uno era una guardia giurata, e l'altro il classico vecchietto sulla settantina con troppo tempo libero. Stavano chiacchierando del più e del meno, quando ho chiesto alla guardia "si sa cos'è st'affare?" E da li iniziò una lunga e ridicola conversazione interrotta spesso dal vecchio, in cui la guardia cerca di spiegarmi che lui non ne sa niente, che lo hanno chiamato dicendogli che sarebbe dovuto andare a vigilare una cosa arenata nella spiaggia e passare li la notte al freddo e ad annoiarsi. E che se fosse per lui se ne sarebbe tornato comodamente a casa, tanto chi cazzo lo sposta un affare che secondo loro pesava più di 8 tonnellate da una spiaggia? E poi per farci che? E dove te lo metti, nel bagagliaio della macchina? Ma se è grande come un camion! E in quel momento ho salutato e me ne sono andato, sperando sentire in lontananza un colpo di pistola, a testimoniare che la guardia non aveva retto il vecchio e l'aveva fatto fuori. Per fortuna degli agenti speciali americani, il mio telefono ha una fotocamera di merda, visto che ho anche provato a scattargli un paio di foto nell'oscurità, però niente, si vede solo una macchia scura su un fondo ancora più scuro. Ma ecco che al tornare a casa, esterrefatto per la mia scoperta da reporter urbano, cerco su google "affare metallico grosso un bel po' arenato nella spiaggia de la laja" e cosa scopro? Che non era proprio una nave spaziale. Che secondo i giornali locali era una mega boa parte di un progetto new tech per produrre energia elettrica dal moto ondoso dell'oceano. Che insomma era una specie di mini centrale elettrica alimentate a mal di mare. Bah, certo è che vista di giorno, come in questo video di Antena 3, fa un altro effetto. Se di notte sembrava uno sputnik mal atterrato sulla luna, bé di giorno sembra un transformer sfigato un po' troppo ossidato. Anche se è possibile che l'abbiano colorato solo per farlo sembrare meno pericoloso.. continuo a credere che sia un satellite alieno venuto per studiare se nella terra c'è vita o meno. Ma se scoprono il prezzo della benzina ci pensano due volte prima di venire a farci visita. ![]() PS: Mentre io prendo mi imbatto in una boa arenata, non oso immaginarmi la faccia dei corridori dell'isola del Giglio che la mattina dopo si sono svegliati con immagini come questa. WTF! (FOTO NationaPost) Run for your lifeVenerdì, 13 gennaio 2012
Mentre la donna più bella del mondo è di fianco a me suonando con il suo nuovo ukelele che gli ha portato Babbo Natale, io sto leggendo le notizie un po' imbarazzanti sulla situazione sociopolitica italiana. Ma sono sicuro di voler tornare? Di certo, se fosse per la qualità della società italiana rimarrei dove sto. Poi vabbé, l'Italia è l'Italia, e per fortuna sa tirare avanti da sola.
Ci mancano ancora una manciata di giorni, e un sacco di cose da fare. E tutto condito dal lavoro, che per andare via a testa alta bisogna finire di fare molte cosine per bene, quindi nemmeno lì si può allentare la presa. Dalla metà in poi la strada è stata tutta in discesa, nel senso che il cammino era libero e la mente era talmente alienata che l'unico obiettivo in testa era arrivare. E bravi noi, siamo arrivati, con una buona media complessiva di 6 minuti e mezzo al kilometro e gli ultimi tre kilometri in 18 minuti netti. Not bad. E fra poco si riparte, stavolta per i 10. Un po' come fare Ancona - Falconara Marittima (sul serio!), o Las Palmas - Jinámar. Insomma, un bel colpo. Stavolta però devo studiarmi meglio la playlist, perché partire che suonano i Prodigy va bene, va molto bene, ma quando dopo un po' salta Rihanna, già non ci siamo. Mi chiedo solo: come sarà correre a zero gradi a Milano? Prevedo un lungo inverno correndo dentro casa..
Il primo salutoLunedì, 9 gennaio 2012
Basta girarci intorno, è ora di ufficializzare un po' di cose.
Dopo tante confidenze, smentite, spifferate e segreti, posso finalmente dichiararlo a voce alta: dal prossimo mese cambio lavoro e cambio città! Anzi, cambio pure paese, tié. Forse l'ho già raccontato così tante volte che ormai la storia è solcata nella mente, ma visto che pure qui l'ho sempre raccontata nascondendo qualche dettaglio, ora mi vedo nella ridicola sensazione di non sapere da dove iniziare. Bé, come ho sempre detto (come direbbe Yasi sono più ripetitivo che una cover di Rolling in the Deep) meglio iniziare dal principio. Uff, pensare al principio ascoltando per casualità la colonna sonora di UP, il film della Pixar, e quasi scatta il lacrimone. Ho riscoperto nella mia libreria dei ricordi perduti questo momento che quasi senza saperlo intitolai "Gran Canaria: giorno 0". Era il lontano 2006. E sono passati 5 anni e mezzo. Cazzo. In quel momento, ero steso su un letto pulcioso di un alberghetto di quella che avrei poi scoperto essere una delle zone meno raccomandabili di Las Palmas, senza internet, senza valigia, e affamato. E scoprendo sulla pelle che se sei da solo e in difficoltà, lo Spagnolo non si assomiglia poi così tanto all'Italiano. E spiegaglielo tu al barista di una bettola che parli inglese. Ma come ogni buona volta che uno arriva a toccare il fondo, non resta altra alternativa che non sia risalire. Annaspando, poi in ginocchio, e poi via, saltando libero come una gazzella. A dire la verità, a tirarmi in piedi ci ho messo tipo un giorno al massimo. E poi altri 10 mesi per toccare il cielo. E di nuovo giù, quasi per caso, più vicino ai marciapiedi, come direbbe Loredana Berté. E quando scrissi della separazione con l'isola, o chiamai "L'ultimo lunedì", convincendo a me stesso che in fondo sarebbe stato un giorno come un altro. Un lunedì di addii, ma comunque un lunedì. Fa un po' strano parlare di un'entità astratta dandogli forma reale. E' un qualche tipo di idolatria, sicuro che qualcuno trova la parola giusta da usare. Nel mio caso, l'entità astratta è la vita a Gran Canaria,e la forma reale è proprio quella dell'isola di Gran Canaria. Una specie di tondo storto (esistono i tondi storti??), la cui denotazione mi ricorda tantissimo l'isola di Lost. E proprio come diceva il buon vecchio Jack: Kate, we have to go back!. Ma il ritorno all'isola fu una gran cazzata da parte di Jack e compagnia, mentre che nel mio caso fu l'inizio di una seconda grande avventura. Ripartii leggendo un libro di Paulo Coelho, 11 minuti, carichissimo di adrenalina per la nuova porta che stavo per aprire. Casa nuova, convivendo con Yasi, fine dell'università, ricerca del lavoro e incertezza completa sul futuro. Ed era proprio questo che mi elettrizzava: non sapere cosa ci fosse dall'altra parte della porta. Avevo già vissuto esperienze strapositive e stranegative, quindi dato che nel mio caso non c'è regressione statistica o campana di Gauss che serva a qualcosa, ogni volta è una scommessa a occhi chiusi. E l'ho vinta, alla grande. Da li in poi sono solo grandi giocate fate a metà lavorando sui polmoni e metà botte di culo. Ma nel mio caso non è stata affatto una vita da mediano, ma da attaccante-colpo-di-testa stile Oliver Bierhoff all'Udinese. Scatto, cross a tagliare, testa e gol. Tra cambi di casa, cambi di lavoro, la mia prima macchina, le vacanze in giro per il mondo, due cincillà e un matrimonio. E quando tutto sembrava aver preso un'assurda piega quasi comoda, con la casa definitiva, con un lavoro challenging e con una vita perfetta da giovane sposato, arriva un colpo di vento a rimescolare le carte. C'è voluto un colloquio via skype (al quale tutti mi hanno chiesto se ero veramente vestito o ero in mutande, che tanto su skype non si vede la differenza), seguito da un secondo colloquio e poi da un terzo. Non mi sarei mai immaginato che ci volesse un mese per scegliere un candidato, ma tant'è. E l'ultima telefonata è stata quella buona. Benvenuto a bordo, parole dolci come la melassa. E a bordo significa tornare in Italia. Chi l'avrebbe mai detto? Dopo aver ipotizzato fughe improbabili a paesi arabi e in giro per l'Europa, eccomi proprio nel posto meno immaginato. Adesso sono qui, a dover organizzare di nuovo tutto da zero. L'anno scorso è stato l'anno del matrimonio, quest'anno sarà forse ricordato come l'anno del trasloco a Milano. E cosa mi aspetterà lì? Bah, per ora solo che ci sarà tutto quello di cui ho bisogno, l'unica valigia senza la quale non potrei mai viaggiare: Yasi. Inoltre ci saranno pure due cugine già residenti a Milano da un po'. Mi fa un sacco strano vivere nella loro stessa città. Se ci penso, da quanto posso ricordare, diciamo da 10 anni a questa parte, abbiamo sempre vissuto in città diverse. Ognuno per il suo cammino, tra Germania, Spagna, Inghilterra, e ora come una allineamento astrale, ci ritroviamo vicini di casa. Adoro queste coincidenze della vita, sono una bella boccata di aria fresca. Poi se c'è anche di mezzo lo stress di cambiare casa e cambiare città, bé non si dice di no a chi può darti una mano! Cugine, grazie per l'aiuto, siete fantastiche. Mancano appena 3 settimane al D-Day, vediamo come vanno le cose. Già la prossima settimana dovremo liberare parte della casa per caricare il trasloco (via mare!!) che ci lascerà un po' accampati per quasi un mese. E poi via, verso nuovi lidi, o per meglio dire navigli. E temo anche che in queste tre settimane, avremo tempo di rimpiangere parecchie cose alle quali mi ero piacevolmente abituato qui a Gran Canaria. Meglio non iniziare adesso che se no mi viene la depressione. Diciamone una a caso, giusto per iniziare: ANDARE AL MARE L'8 DI GENNAIO! ![]()
Passet, tack!Venerdì, 6 gennaio 2012
Oggi è uno di quei giorni in cui uno inizia a scrivere qualcosa, lo ritocca, aggiusta i dettagli, aggiunge un paio di foto e poi pubblica. Ecco, questo era quello che sarebbe dovuto succedere se non si fosse impantanato tutto e quello che avevo scritto fosse scomparso come il 447 Air France al largo delle coste Brasiliane (a proposito, un giorno o l'altro scriverò qualcosa al rispetto).
Ma fa niente, l'anno nuovo è appena iniziato e con lui un bel sacco di pazienza da ripartire in momenti come questi. Rimbocchiamoci le maniche e iniziamo di nuovo. Volevo esprimere la mia felicità come padre di due roditori per aver finalmente ricevuto la certificazione ultima della loro vita sociale. Mi spiego: le cincillà, in qualità di mammiferi roditori e animali di compagnia si differenziano dai criceti e dal resto di animali che potrebbero finire comodamente in un forno con delle patate (chi ha detto coniglio in potacchio?) per il fatto che vengono considerate dall'Unione Europea come animali di status superiore. Insomma al pari di cani e gatti, amici dell'uomo per eccellenza. Figo penserebbe qualcuno, ma mica tanto in realtà. Tutto ciò si converte in un sacco di scartoffie da completare e soprattutto in diversi quattrini da spendere. Ma si sa, sono per l'amore che uno riversa nei propri figli pelosi di un'altra madre, quindi va bene tutto. Insomma, per farla breve, da l'altro ieri Pinky e Perry sono ufficialmente figli nostri, hanno ereditato il cognome di Yasi (giuro!!) e sono a tutti gli effetti cittadini dell'Unione Europea! Come e perché? Il come è presto detto, visitina dal veterinario pazzo di fiducia e sbrigare un paio di pratiche. Ay, se penso che proprio ieri erano ancora dei cuccioli e già sono due adulti. Chissà se potranno votare alle prossime elezioni.. Comunque, dicevo che devono sbrigare delle pratiche con il veterinario. Ovvero preparare quello che a tutti gli effetti è il passaporto Europeo degli animali di compagnia! Sembra una cazzata ma oltre ad avere davvero la forma di un passaporto, con tanto di filigrana e codici eccetera, va pure completato con tutte le varie firme e timbri nelle date delle vaccinazioni e del trattamento antiparassitario. Per fortuna che Pinky e Perry non sono mai usciti di casa e non hanno parassiti, se no poveracci avrebbero dovuto affrontare una brutta avventura. Ma la domanda è: come fai a riconoscere che il passaporto corrisponde a una cincillà? C'è mica la foto! Primo, sì che c'è la foto. Secondo, c'è anche il microchip! E mi sa che infilarglielo sotto pelle non deve essergli gustato per niente. Vista la faccia che hanno fatto e le madonne che hanno tirato giù in cincillesco, sicuramente deve aver fatto male. Però la parte divertente è che adesso basta passargli vicino con un lettore di codici e si sente un bip e compare sullo schermo il codice identificativo di Pinky e Perry! E con questo (e con il portafoglio più leggero) è finita l'Odissea delle certificazioni per le cincillà. Da oggi possono volare con noi in cabina in tutta la comunità Europea, Canarie incluse. Però mi sa che lo stress del volo non sarà dei più piacevoli, visto che l'amico veterinario pazzo ci ha lasciato pure un paio di siringhe con una droga tranquillizzante da somministrare prima del volo. Meglio che vadano un po' rincoglionite a che soffrano poi tra decollo e atterraggi. Speriamo che vada tutto bene. Già c'è lo sconforto immenso per dover lasciare qui a Osito, Perejil e Dixi, non mi immagino come avremmo fatto senza Pinky e Perry. E no che non abbia pensato di portarmi via almeno a Osito, però nascondere un ratto nero sotto la giacca e sperare di saltare tutti i controlli di sicurezza di un aeroporto forse è un po' azzardato. Spero solo che i nostri piccoli roditori della famiglia sappiano quanti li abbiamo amati e quanto li continueremo ad amare dalla distanza. E spero che nei loro piccoli cuoricini ci sia sempre uno spazio per me e per Yasi.
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